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Mondo – Società

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Il Poker ed i suoi Clichè

Se una persona è appassionata di Poker avrà avuto modo di assistere ad una partita svolta tra dei veri professionisti, se non dal vivo almeno in TV. Quello che si nota quando si osservano match del genere è una sorta di aura, gli occhiali da sole che molti dei professionisti indossano quando si siedono ad un tavolo da Poker rappresentano uno dei clichè più diffusi di questo gioco.

Essere un professionista significa raggiungere una personale ed efficacie combinazione di matematica, strategie di osservazione e capacità di entrare in sintonia con il flusso delle carte e del gioco stesso.

Bisogna avere una mente elastica per capire le dinamiche del Poker e vincere le partite contro i propri avversari, ciò che fa veramente la differenza, ed allo stesso tempo è difficilmente copiabile, è la creazione di una propria strategia personale, questa nasce infatti con il tempo e l’esperienza.

Allo stesso tempo il gioco del Poker non è una cosa immobile ma in continua evoluzione, ad esempio quello che viene giocato adesso è molto diverso da quello di dieci anni fa, e le strategie che funzionavano prima adesso possono essere superate e quindi del tutto inefficaci.

Prima c’erano i Poker club, luoghi fisici dove gli appassionati di questa disciplina si trovavano per giocare, parlare, scambiarsi opinioni, adesso esistono numerosi luoghi digitali dove questi scambi continuano ed anzi sono incrementati: gruppi sui diversi social media e i forum ne sono due esempi. Innovazione e Poker possono andare di pari passo come nel caso di Casinò 32 Red ad esempio, per chi è invece appassionato di cinema esistono molti film che hanno come tema il Poker, da “The Rounder” a “Lock and Stock” o l’italianissimo “Regalo di Natale” del 1986, dove la narrazione conferisce un fascino tutto particolare al gioco del Poker.

Appello al Parlamento per approvare l’Agenda Digitale

Agenda Digitale e decreto Crescita 2.0

Con l’imminente fine anticipata della legislatura, molti provvedimenti del governo rischiano di non convertirsi in legge dello Stato. Tra questi c’è l’Agenda Digitale, fiore all’occhiello della linea tracciata da Monti per modernizzare l’Italia e renderla più competitiva sui mercati internazionali. Facciamo un appello a tutti i parlamentari affinché non decada il decreto legge che aiuta la diffusione di una nuova cultura digitale.

Il termine ultimo del decreto Crescita 2.0 è il prossimo 18 dicembre. Dopo quella data il decreto decadrà, vanificando tutti gli sforzi degli ultimi mesi per rendere il nostro Paese più “europeo” e meno dispendioso per le famiglie italiane.

Tra i principali provvedimenti che aiuterebbero le aziende a produrre di più, e i giovani a intraprendere nuove imprese economiche, favorendo più in generale la comunicazione, c’è la banda larga. Purtroppo, alle soglie del 2013, molte parti del Belpaese non dispongono della connessione internet veloce. Le più recenti statistiche attestano che l’Italia si trova ai piani bassi della classifica mondiale, con appena 23 contratti di banda larga ogni cento utenze telefoniche. Mentre le realtà più virtuose vantano oltre il 70% di contratti per avere internet ad alta velocità. Dati che lasciano poco spazio a interpretazioni ottimistiche!

Altro punto forte dei provvedimenti da approvare velocemente in Parlamento riguarda i vari servizi disponibili nel web, come pagare una bolletta o richiedere documenti alla pubblica amministrazione. Attualmente, per sbrigare molte pratiche burocratiche si devono ancora subire ore di file agli sportelli, con tutti gli svantaggi che ne conseguono.

Infine, tra le novità che propone il decreto Crescita 2.0 c’è la svolta nell’insegnamento scolastico. Con la digitalizzazione tra i banchi di scuola e l’introduzione degli e-book al posto dei libri tradizionali, molte famiglie avevano finalmente intravisto un risparmio sugli acquisti di inizio anno scolastico, oltre al vantaggio per i ragazzi di non portare sulle spalle pesanti fardelli.

Vediamo ora, dal punto di vista tecnico, quali sono i rischi concreti che impediscono al provvedimento di tramutarsi in legge. Attualmente il decreto Crescita 2.0 ha riscosso l’approvazione del Senato con un voto di fiducia. La stessa votazione in cui il Popolo della Libertà non ha dato il suo appoggio, sancendo di fatto l’uscita dalla maggioranza di governo.

Ora si trova negli uffici della Camera, insidiato da centinaia di emendamenti proposti da singoli deputati. Se soltanto uno di questi, durante l’iter parlamentare, dovesse passare, tutto il provvedimento dovrebbe ritornare al Senato per la nuova approvazione. Insomma, una situazione precaria che soltanto grazie alla buona volontà dei singoli politici si può superare.

Rinnovando l’appello per l’approvazione prima del 18 dicembre, ricordiamo uno studio effettuato sui benefici economici che le famiglie italiane trarrebbero dalla digitalizzazione del Paese, quantificati in circa 200 euro. Non poco, considerando i tempi magri che stanno attraversando i nostri connazionali.

I nuovi Occhiali “Smart”: pregi e controindicazioni

Smart glasses, gli occhiali intelligenti

Merita un approfondimento a parte il concetto di “smart glasses”, cioè degli occhiali che non svolgono più la normale funzione di correggere i difetti della vista, ma si trasformano in strumenti altamente tecnologici, computer di ultima generazione che in alcuni casi implementano consolle o aiutano a cogliere gli effetti tridimensionali delle proiezioni cinematografiche. Gli occhiali intelligenti, insomma, stanno diventando uno strumento indispensabile, quasi inquietante, nella nuova frontiera del divertimento e della conoscenza 2.0!

Prendiamo spunto dalla notizia giuntaci dal favoloso mondo di Microsoft, dove ingegneri e cervelloni al soldo di Bill Gates stanno progettando i nuovi wiki-occhiali. Anche se lontani dalla loro commercializzazione, tra l’altro neanche scontata, ciò che ci interessa è l’idea. Si tratterebbe del concetto di realtà aumentata, come se quella che si presenta alle nostre retine, nuda e cruda, non fosse già troppa e variegata! Con gli occhiali della Microsoft, grazie a dei sensori di movimento e di posizione, al posto delle lenti verranno proiettate informazioni sulla casa puntata, piuttosto che sullo scorcio che in quel momento stiamo ammirando. Fanno da corredo agli occhiali intelligenti anche la connessione wi-fi e il sistema di comunicazione Bluetooth.

Passando al principale competitor della Microsoft, e non solo sul campo degli occhiali, un progetto già avviato è quello del più potente motore di ricerca web esistente, Google, con i Google Glasses. Il nome effettivamente è accattivante, e tra gli slogan utilizzati per promuovere questo nuovo applicativo c’è la possibilità di navigare nel web “senza usare le mani”. Comodo, no? Ma anche complicato, e con una tecnologia raffinata da appoggiare sui nostri nasi. I Google Glasses non sono ancora sui mercati, tanto meno quelli del nostro Paese, e bisognerà attendere il nuovo anno per acquistarli, per la non modica cifra di 1500 dollari negli States.

I Big G potranno fare tutto ciò che ora svolge un normale smartphone, con tanto di mini display e sensori di posizione, facile accesso ai social network da cui ormai è difficile staccarsi, e perfino con dei servizi aggiuntivi come le previsioni meteorologiche. Rigorosamente tutto davanti agli occhi!

Fin qui le avanguardie tecnologiche che sono riuscite a superare ogni fantasia, arrivando a “invadere” un oggetto antico e, in certi casi, sensuale come gli occhiali. Ora veniamo alle dolenti note, ossia alle controindicazioni che alcuni scienziati hanno paventato. Nonostante non ci sia ancora una casistica sugli occhiali intelligenti, l’unica pietra di paragone è rappresentata dai più “miseri” occhiali 3D, da anni in uso nei cinema o per le televisioni digitali che offrono, in più, la terza dimensione.

Alcuni scienziati mettono in guardia sul rischio di “alienazione” che queste particolari lenti danno, specialmente ai più piccoli, con sensazioni fisiche sgradevoli quali la nausea e i giramenti di testa. Sarà forse il caso di rivedere il concetto di divertimento almeno per le giovani generazioni, sempre più esposte alle novità delle spietate multinazionali?

Prime sperimentazioni in Trentino per la Radio Digitale

Digital Audio Broadcasting

Abituati come siamo a parlare di tecnologia e nuove tendenze del web, una notizia “rivoluzionaria” che riguarda la vecchia radio non poteva sfuggirci: nel giro di poche settimane in Trentino si sperimenterà la trasmissione digitale, con un progetto destinato a prendere piede anche nel resto d’Italia. Addio, quindi, alla vecchia FM e a tutti i ricevitori che per decenni hanno caratterizzato la nostra vita.

La sperimentazione segue il trend del resto d’Europa, e il nuovo sistema di trasmissione si chiama Dab. Ma quali sono le differenze sostanziali che manderanno in pensione radioline e autoradio capaci di captare segnali sia in AM sia in modulazione di frequenza? Per comprenderle meglio, l’associazione con la televisione digitale è d’obbligo. Mentre l’attuale broadcasting avviene analogicamente, con tutti i limiti di una trasmissione di questo genere, d’ora in avanti il segnale sarà di tipo digitale. Ciò porterà dei vantaggi indubbi, come la purezza del suono anche in condizioni difficili, senza i fastidiosi fruscii.

Sul versante della ricezione, poi, le nuove radio potranno avere un suono perfetto, con la qualità tipica che si riscontra nell’ascolto dei cd. Ma lo step più affascinante sarà quello della cosiddetta “visual radio”. Oltre alla musica, si potranno mandare direttamente sull’autoradio o nel piccolo ricevitore domestico anche immagini e messaggi testuali.

L’acronimo Dab sta per Digital Audio Broadcasting e, come metodo di trasmissione dei segnali radio, è tutt’altro che nuovo. Già nel 1995, infatti, la televisione di Stato inglese BBC sperimentò un programma radiofonico con metodologia digitale. Forse perché troppo in avanti rispetto ai tempi, l’esperimento non ebbe un forte seguito e cadde provvisoriamente nel dimenticatoio. Soltanto negli ultimissimi anni, seguendo la realtà della televisione digitale terrestre, il Dab ha ripreso importanza fino a essere adottato da diverse emittenti nazionali.

Proprio un network di radio private nel Trentino sarà l’apripista per un nuovo modo di ascoltare la radio. Tra le emittenti più conosciute ricordiamo Radio Maria, Radio 24 o Radio DeeJay. Da quest’ultima Linus, noto speaker radiofonico, spende parole di soddisfazione per questa svolta, sottolineando come la radio solitamente venga considerata la “sorella povera” della comunicazione, sempre sul punto di morire ma altrettanto presente nelle famiglie italiane o nelle automobili.

Proprio il destino di questo apparecchio è in gioco, dopo che anche nel resto del Paese la trasmissione digitale diventerà la regola. A chi dice che scomparirà fisicamente, fondendosi negli smartphone piuttosto che tra i tablet, si contrappongono coloro che non la danno per morta, ma semmai in un nuovo stile.

La radio, pensandoci bene, appartiene a quella ristretta schiera di oggetti che sembravano sul punto di scomparire, scalzati dalle novità tecnologiche. Si diceva lo stesso dei libri, che dovevano scomparire sostituiti dagli e-book, ma ci risulta che le librerie siano ancora assai frequentate. Stessa sorte doveva toccare alla televisione, soppiantata da internet, ma il grosso della comunicazione mediatica passa ancora per questa magica scatola parlante. Siamo pronti a scommettere che sarà lo stesso per la cara e vecchia radio!

Dove Internet non è libero…

Censura preventiva su Internet

Non hanno certamente l’imbarazzo della scelta molti internauti che, per loro sfortuna, vivono in paesi dove la censura ha fatto capolino nel Web. Non sorprende di certo la nuova legge in Russia che ha creato una black list di siti non visitabili, con il pretesto di proteggere i minori da portali pornografici o in grado di ledere la loro sensibilità. Il Paese guidato da Putin, così, prende la strada della censura preventiva formato 2.0, sulla stessa scia di altri Stati autoritari come la Repubblica Iraniana.

Diciamo che non sorprende affatto l’iniziativa, specialmente dopo la notizia giunta qualche giorno fa, secondo cui i principali oppositori dello “zar Putin” hanno indetto una sorta di elezione primaria virtuale, dove è stato eletto il blogger Alexei Navalni come guida, oltre a un Consiglio di coordinamento che riunisca le varie forze contrarie alla politica governativa.

L’entrata in vigore della legge nel mese di novembre segue l’approvazione avvenuta in luglio che prevede, tra l’altro, una sorta di registro in cui compariranno tutti i link “pericolosi”. La lunga lista può essere consultata sul portale governativo, e la chiusura di nuove pagine web avverrà secondo una procedura rapida che esclude l’intervento della magistratura locale. In pratica, dopo la segnalazione di un sito sospetto da parte di qualsiasi cittadino, cui seguirà una denuncia ufficiale, le autorità governative potranno bloccare il relativo Url in maniera rapida.

I primi provvedimenti hanno interessato siti di natura pedo-pornografica, e non poteva essere altrimenti. Ma c’è da scommettere che nei prossimi mesi entreranno nel mirino della censura russa portali o blog che fanno capo a voci dissidenti o contrari alla linea politica di Putin.

La Russia, così, si unisce ad altri paesi in cui la libertà di navigazione nel web non è un diritto riconosciuto, a partire dalla vicina Bielorussia, il cui leader Lukašenko è considerato l’ultimo dittatore d’Europa.

Sul ruolo minaccioso che assume Internet in realtà non propriamente democratiche si è parlato molto, specialmente dopo la cosiddetta Primavera araba che nel 2011 ha portato al soverchiamento di vecchi regimi dittatoriali nell’Africa settentrionale, come in Tunisia e in Egitto, lasciando tuttora una cruenta guerra civile in Siria.

Un simile esito poteva esserci anche in Iran nel 2009, quando in occasione delle elezioni presidenziali che confermarono Ahmadinejad si scatenò una violenta rivolta degli oppositori, che videro nei social network e nella comunicazione istantanea tramite il web un efficace strumento per veicolare i moti di protesta.

La stretta sul web in queste realtà, compresa la Cina, non deve sorprendere, pur creando un naturale sentimento di indignazione, visto che anche nel democratico Occidente, periodicamente si sente parlare di iniziative governative volte a regolamentare il libero accesso alla rete. Tentativi, questi, fortunatamente il più delle volte bloccati dalle proteste degli internauti, che non rischiano per questo la vita o la libertà come gli amici russi o cinesi!

L’Hitachi e la conservazione eterna dei dati digitali

Dati digitali Hitachi

Presi dalle continue novità tecnologiche, negli ultimi anni abbiamo quasi perso la concezione del tempo. Anzi, per essere più precisi il futuro è divenuto un concetto astratto e non definibile, senza preoccuparci delle prossime generazioni e dei milioni di dati, generati ogni giorno, che potrebbero andare persi per sempre. L’inizio di questo post non vuole essere una pesante riflessione “filosofica”, piuttosto un modo per inquadrare le ultime ricerche portate avanti dalla Hitachi, intenta a studiare un sistema per immagazzinare dati che possano durare anche milioni di anni!

Già, perché forti delle continue uscite di nuovi hard disk, sempre più capienti e allo stesso tempo ristretti nelle dimensioni, non siamo pienamente consapevoli che questi stupendi supporti digitali per le memorie di massa si deteriorano nel tempo, non consentendo ai nostri posteri di visionarli.

Paradossalmente, nonostante l’indubbio salto tecnologico degli ultimi decenni, in fatto di conservazione della memoria non siamo migliorati rispetto ai nostri avi del Medioevo!

Vista in quest’ottica, l’idea della multinazionale giapponese di “tornare all’età della pietra” non è una pazzia, ma soltanto il tentativo di studiare nuovi sistemi per la memorizzazione che possano attraversare i secoli. Alla base del nuovo metodo ci sarebbe il quarzo, minerale abbondante sul nostro pianeta e che notoriamente non subisce facili deterioramenti dagli agenti atmosferici.

L’Hitachi in questo progetto, che potrebbe essere rivoluzionario, si avvale delle conoscenze tecniche e scientifiche dell’Università di Tokyo, in particolare del laboratorio Kiyotaka Miura.

Andando più nello specifico, le similitudini con i primi uomini sulla terra, che incidevano sulla pietra, sono sconvolgenti. Il progetto consisterebbe nella scrittura dei dati in forma binaria, 1 e 0 come per i computer, su piccole lastre di quarzo dello spessore di soli due millimetri. L’incisione del puntino, corrispondente al valore 1 e alternativo rispetto al vuoto che rappresenta lo 0, sarà possibile grazie a un incisore laser: stesso strumento utilizzato per la masterizzazione dei comunissimi cd e dvd.

La differenza, invece, sta nella durata delle informazioni, garantite da questo minerale anche in condizioni estreme: finora i test di laboratorio che hanno sottoposto la “povera” lastra di quarzo a temperature alte e a stress tramite l’acqua, lasciano ben sperare.

L’amministratore dell’Hitachi, Hiroaki Nakanishi, sostiene che il progetto, se andrà in porto, porrebbe finalmente fine alle preoccupazioni circa l’immagazzinamento dei dati più sensibili, come quelli culturali o di massima sicurezza, da trasmettere alle generazioni future. Ma è indubbio che la nuova memoria al quarzo porterà a una rivoluzione anche negli usi comuni.

Attualmente gli hard disk anche di ultima generazione garantiscono un’integrità dei dati conservati per dieci anni, mentre i dvd possono arrivare al massimo a un secolo di vita.

Come dire, anche nella società globalizzata e ipertecnologica, per comunicare con il futuro si ritornerà all’età della pietra, anzi del quarzo!

Scoperto il bosone di Higgs, ovvero la “particella di Dio”

Bosone di Higgs Cern Ginevra

Il mondo scientifico in questi giorni è in subbuglio per una scoperta epocale, che spiega molte cose sull’universo e pone finalmente alcune certezze. Si tratta del cosiddetto bosone di Higgs, una particella che conferisce massa a tutte le cose e, in sostanza, permette la vita. Tale l’entusiasmo che da taluni è stato ribattezzato la “particella di Dio”. Vediamo di capire in cosa consiste, così che anche i non addetti ai lavori possano rallegrarsi per la scoperta di Peter Higgs, già in odore di premio Nobel.

La storia del bosone di Higgs, o meglio della teoria che vagliava la presenza di questo elemento senza però aver avuto dei riscontri di laboratorio, risale addirittura al 1964. In quell’anno un giovane ricercatore scozzese, appunto Peter Higgs, in poche settimane ipotizzò la presenza di una delle 12 particelle che agiscono nell’infinitamente piccolo e che permettono di ricreare le “quattro forze della natura”, tra cui la forza gravitazione e quella elettromagnetica.

Il riscontro pratico sul bosone di Higgs si è avuto quasi mezzo secolo dopo, presso i laboratori del Cern di Ginevra, sotto i riflettori dell’opinione pubblica internazionale e con un rilievo che sa di grande scoperta, in grado di rivoluzionare il mondo scientifico. Per avere la prova del nove circa l’esistenza della particella di Dio, sono stati fatti scontrare ad altissima velocità un gruppo di protoni, lungo il percorso sotterraneo di circa 27 chilometri che costeggia il Lago di Ginevra. L’impianto, in termini di cifre, è costato 10 miliardi di euro e ci sono voluti quasi 20 anni per la sua realizzazione.

Vediamo come il fisico John Ellis ha spiegato, con un’efficace metafora, il funzionamento del bosone di Higgs e come esso sia in grado di creare masse differenti in un universo altrimenti simmetrico. Lo studioso paragona questo a un immenso campo ricoperto di neve. Uno sciatore che lo attraversa velocemente è come una particella priva di massa che viaggia alla velocità della luce, senza interagire con il suolo innevato. Se, invece, una persona cammina con degli scarponi, a velocità minore e affossando i piedi nella neve, questa è simile a una particella che interagisce con il bosone di Higgs, acquisendo una massa soggetta alle forze gravitazionali.

La scoperta del bosone di Higgs, quindi, conferma il cosiddetto Modello standard che spiega le forze dell’universo. Alla presentazione presso il Cern di Ginevra era seduto in prima fila il “padre” del bosone, Peter Higgs, il quale in lacrime ha espresso la sua gioia per aver avuto, ancora in vita, la conferma della sua teoria. Il mondo accademico ritiene che ciò gli varrà il premio Nobel.

I commenti che sono seguiti alla rivelazione confermano lo spessore della scoperta. Margherita Hack, ad esempio, ha senza indugi sostituito l’espressione “particella di Dio” con “Dio”: detto da una nota atea non è da poco! Lo stesso Antonino Zichichi, oltre a riconoscerne l’importanza, ha sostenuto che sarà il punto di partenza per altre ricerche tese a diradare l’ombra di mistero che contorna l’universo e la sua nascita.

Insomma, in uno sfondo pessimistico e dominato dalle preoccupazioni economiche degli Stati, quella del bosone di Higgs è apparsa come una buona notizia che ridà un po’ di speranza.

La possibile crescita economica in Italia grazie alla Banda Larga

Banda larga Internet in Italia

I dibattiti che interessano l’opinione pubblica circa lo scarso, anzi assente, sviluppo economico in Italia non tiene sufficientemente in considerazione un problema di vecchia data nel nostro paese: il potenziamento della banda larga. A farlo, però, in queste ore ci ha pensato il Garante per le telecomunicazioni Corrado Calabrò, il quale ha rilanciato l’idea di uno sviluppo capillare della comunicazione in rete, che potrebbe aiutare notevolmente la crescita del prodotto interno lordo, creando al contempo nuovi posti di lavoro.

L’occasione per fare queste considerazioni è stata la relazione di fine mandato di Corrado Calabrò, ancora per poco a capo dell’Autorità Garante per le Telecomunicazioni. Durante gli anni che ha trascorso in questo importante organismo autonomo dello Stato, ha potuto toccare con mano la realtà delle comunicazioni nel nostro paese, evidenziando i lenti ma irreversibili cambiamenti, segnati soprattutto da Internet.

Chi segue questo blog di tecnologia conosce perfettamente gli infiniti vantaggi che il web porta nelle abitazioni italiane: maggior facilità nel reperire informazioni, la possibilità di comunicare nei cinque continenti e lo sviluppo di nuovi posti di lavoro.

Quest’ultimo punto è stato sottolineato da Calabrò, il quale senza mezzi termini ha attribuito ai ritardi nello sviluppo della banda larga una perdita di Pil che si assesta sull’1,5 %. Seppur indirettamente, poi, ha puntato il dito contro una classe politica che a fronte di blande promesse per il potenziamento della rete in Italia, non ha fatto seguire degli investimenti concreti per la fibra ottica, piuttosto che per coprire l’intero territorio nazionale con l’Adsl. Sembra incredibile, ma ci sono ancora aree del Bel Paese che non possono connettersi alla banda larga!

Prendendo spunto dalle riflessioni del Garante Calabrò, si possono incrociare le stime di “non-crescita” causata dalla rete internet inefficiente, con i numerosi esempi di utilizzo del web. Il più eclatante riguarda il booking online, ossia la possibilità di prenotare le proprie vacanze direttamente dal computer, bypassando le tradizionali agenzie di viaggi. E poi c’è l’e-commerce, che in Italia fa girare circa 8 miliardi di euro, con un trend decisamente in crescita. Infine abbiamo lo sviluppo di software legati soprattutto alla telefonia mobile, che dà lavoro a migliaia di giovani ingegneri e appassionati di programmazione.

Calabrò ha posto, quindi, un problema che andrebbe affrontato da parte del nuovo governo tecnico, nella continua ricerca di modelli di sviluppo economici, in una fase difficile per l’Italia. La realtà è che dietro un’ipocrita cecità dei parlamentari verso le potenzialità della rete, si celino interessi occulti affinché si mantenga lo status quo, specialmente in un periodo in cui la televisione generalista è in forte calo di audience.

Insomma, scommettere sulla banda larga può portare a dei vantaggi economici quasi immediati, e rifondare un modello culturale e democratico negli anni a venire, troppo spesso legato a stereotipi televisivi ormai superati!

Hot-Spot Wi-Fi umani: è già polemica negli Usa

Dagli Usa arrivano dli Hot-spot Wi-Fi umani

La notizia sta scuotendo il mondo della tecnologia per l’originalità e i campanelli di allarme che fa scattare: in Texas sono stati reclutati alcuni senzatetto per trasformarli in trasmettitori umani per la rete wi-fi. Ciò che può apparire come una boutade è, invece, un episodio che sta dividendo l’opinione pubblica mondiale.

La novità è stata resa pubblica durante il festival tecnologico che si tiene ad Austin: il South of Southwest. I Labs BBH, laboratori che si dedicano all’innovazione tecnologica e che operano tra l’altro per una società di web marketing di New York, hanno incaricato tredici persone con evidenti difficoltà economiche per trasformarli in hot-spot wi-fi umani. I senzatetto impiegati sono di New Orleans e, dal momento in cui passò l’uragano Katrina, non hanno più una fissa dimora.

Gli individui incaricati di tale mansione indossavano magliette con il nome proprio e uno slogan pubblicitario ad hoc; inoltre, dovevano distribuire biglietti da visita dell’azienda promotrice. Atro dettaglio non irrilevante, infine, è che sono stati pagati con appena venti euro al giorno, più eventuali mance extra lasciate dai passanti.

Fin qui l’episodio nella sua più cruda realtà. La notizia apre a inevitabili discussioni di tipo etico, che portano allo scoperto il problema dei limiti da porre alla tecnologia. Non a caso, si sono creati già due fronti contrapposti, tra chi etichetta il tutto come un atto “caritatevole” verso i volontari in evidenti difficoltà economiche, e coloro che intravedono una sorta di sfruttamento post-industriale.

Chi si schiera a favore delle posizioni più intransigenti porta argomentazioni che puntano al rispetto della persona umana. Trasformare un individuo in uno hot-spot umano a servizio della tecnologia, rischiando di far perdere loro il valore di uomo, e ben diverso dai normali impieghi lavorativi legati al marketing. Ad affrontare il tema è stata la teologa Susan Brooks Thistlethwaite, la quale ha parlato di una metamorfosi dei protagonisti: da uomini a “infrastrutture tecnologiche”.

Chi tende a sminuire l’episodio, invece, parla di una semplice mossa pubblicitaria che non intacca la dignità umana ma che, al contrario, va inquadrata in una logica di aiuto ai più bisognosi, permettendo loro di guadagnare qualche indispensabile dollaro. Più diretto, invece, il sostegno a favore dell’iniziativa da parte del direttore del dormitorio in cui vivono i senzatetto, Mitchell Gibbs, il quale ha intravisto nell’idea dei Labs BBH un valido modo per far partecipare i bisognosi a un progetto innovativo che li stimola.

Se l’opinione pubblica si sta occupando degli hot-spot wi-fi umani così appassionatamente, è perché segue di pochi giorni una notizia riguardante il mondo degli smartphone. È in cantiere l’idea di creare dei cellulari detti “Smart City”, che grazie a un complicato sistema tecnologico comunicheranno tra loro, sfruttando gli spostamenti dei loro proprietari. Già oggi, a pensarci bene, siamo noi stessi delle parti attive delle comunicazioni, visto che i nostri cellulari ricevono e trasmettono continuamente informazioni, alcune delle quali senza il nostro pieno controllo!

Il colosso Facebook sta per entrare in Borsa

L'entrata in borsa Wall Street di Facebook

La notizia di questa settimana, ma possiamo scommettere dell’anno, è l’imminente entrata in Borsa di Facebook. Ne avevamo già parlato tempo fa, ma la news sulla preparazione dei documenti da presentare a Wall Street, da parte del social network in assoluto più conosciuto, non passa inosservata e merita un approfondimento.

Ciò che colpiscono maggiormente sono le indiscrezioni sull’Ipo, cioè l’offerta pubblica iniziale, stimata per ben cinque miliardi di dollari: una cifra da far girare la testa anche ai broker più navigati della Borsa americana, e destinata a battere molti record. Con riferimento ai titoli di società operanti nel settore informatico, supera di gran lunga il primato stabilito da Google nel lontano 2004, quando l’Ipo fu poco inferiore ai due miliardi di dollari. Se, poi, sono vere le indiscrezioni su una cifra addirittura doppia, ciò costituirebbe un precedente difficile da battere!

Il social network, contraddistinto dalla “F” e che sta raggiungendo ogni continente del globo, potrebbe mettere sulla piazza titoli dal valore compreso tra i 34 e i 40 dollari. E c’è da scommettere che i compratori non mancheranno, se non altro per la soddisfazione di possedere un pezzettino della creatura di Mark Zuckerberg.

La domanda allora, nasce spontanea, soprattutto da parte di chi si limita ad avere un account su Facebook senza conoscere a fondo il suo funzionamento: dove si genera questo volume d’affari, tanto da far stimare il valore complessivo fino a 100 miliardi di euro?

La risposta si trova nell’enorme introito pubblicitario strettamente legato a Facebook. Chi gestisce una fan page e vuole renderla più popolare e ricca di amici, o coloro che possiedono un’azienda e vogliono farla conoscere agli utenti iscritti, possono decidere di acquistare una campagna pubblicitaria ad hoc. In pratica è lo stesso principio di funzionamento del pay per click di Google, seppur con le dovute differenze. È facilmente immaginabile il volume di sponsor che ruota attorno al social network, attualmente popolato da 800 milioni di account e con un trend in continua crescita.

Colui che curerà lo sbarco di Facebook nella Borsa valori più importante del mondo sarà Morgan Stanley, un decano di Wall Street che ha accumulato importanti esperienze nelle offerte pubbliche iniziali di almeno un’altra ventina di aziende blasonate. Per la gestione della delicata operazione, che presumibilmente porterebbe Facebook sui mercati azionari non prima di Maggio, si è anche fatto il nome della Goldman Sachs.

Per Mark Zuckerberg approdare sulle piazze affaristiche potrebbe significare un notevole salto di qualità nei già alti ricavi, per ora derivanti “soltanto” dalla pubblicità. Se il successo di Facebook continuerà come ora, riuscendo a mantenere distanziati gli altri social network, i titoli azionari non faranno che incrementare i guadagni; un risultato destinato a entrare nella storia americana e non solo. Vediamo come procederà nei prossimi mesi e quale altre novità ci ritroveremo a raccontare!